Giovani e lavoro. Parola d'ordine: Licenziare!

di Anna Laudati

Qualcuno li chiamava bamboccioni, altri si ostinano a ritenerli mammoni. Invece, la realtà è ben altra. Una realtà fatta di crisi economica che si trasforma in perdita del posto di lavoro (di Gianfranco Mingione

licenziamento.jpgCrisi economica? A rimetterci sono anche, e soprattutto, i giovani di oggi che assieme ai lavoratori piu’ anziani e alle donne sono tra le categorie piu’ a rischio esclusione sociale. E proprio dai giovani arriva la volontà di non arrendersi. Come Costanza Di Lella, giovane lavoratrice e rappresentante sindacale: “E' difficile essere ottimisti, ma se credessi che tutto è perduto non avrebbe senso continuare a svolgere attività sindacale”. (foto ilvascellofantasma.it)

Un quadro spesso disperato, fatto sovente di imprenditori e gruppi imprenditoriali senza etica e senza visione del futuro, tranne che con quella rivolta all’arricchimento personale, da raggiungere anche contro gli interessi della comunità di lavoratori e della comunità in senso generale. E da chi è composta la comunità se non dalle persone che vivono e per l’appunto lavorano? Dietro i numeri della crisi ce il fattore umano che soffre dell’ingiustizia dell’attuale capitalismo malato, che in molte parti del mondo produce mercati non concorrenziali, mancanza di diritti umani e tutele ridotte al minimo. La crisi dei valori, un tempo forse piu’ importanti, rende difficile la vita del lavoratore giovane e non solo. Come i lavoratori di Teleperformance, uno delle tante multinazionali operante come call center, francese, che ha aperto le procedure di licenziamento, lo scorso 1 aprile, per 847 persone nelle tre sedi di Roma, Parco Leonardo e Taranto.

La situazione, come sostiene Costanza Di Lella, giovane rsu della Ugl Telecomunicazioni”, sembra assomigliare a  quella di altre storie di cattiva imprenditorialità: “E' innegabile – afferma Di Lella - che il settore dei call center sia in crisi ma questo è determinato anche dal meccanismo del massimo ribasso che regola le gare per aggiudicarsi le commesse e proprio Teleperformance ha contribuito a ciò utilizzando i vari incentivi per le stabilizzazioni e gli sgravi della 407, per abbassare "virtualmente" il costo del personale e aggiudicarsi commesse non in linea con le retribuzioni dei dipendenti. Sembrerebbe quasi che le stabilizzazioni siano state un business per accedere a questi incentivi e non per creare occupazione stabile e duratura”.

Storie non rare. L’azienda individua un contesto territoriale “positivo”, riceve incentivi pubblici per lo sviluppo d’impresa e l’occupazione, s’insedia, accoglie migliaia di curriculum in zone dove il lavoro è merce rara e inizia ad assumere giovani con prospettive di vita e lavoro per poi arrivare a dichiarare i licenziamenti e a delocalizzare le proprie attività: “Ancora oggi Teleperformance contribuisce a mantenere in piedi tale meccanismo del massimo ribasso perché, mentre nelle 3 sedi di Roma, Parco Leonardo e Taranto dichiara esuberi e cali di chiamate, mantiene dei dipendenti in Albania, che con dei lavoratori del posto, pagati molto meno dei lavoratori italiani per cui hanno ricevuto agevolazioni, svolgono gli stessi servizi che oggi sono ridotti in Italia (ad esempio il servizio clienti di Sky o la commessa Alitalia)”.

Mentre da una parte ci si appella ad una maggiore etica nell’economia dall’altra esiste ancora chi puntualmente la disattende. Purtroppo, l’anello debole di questo sistema giunto al collasso, senza regole, con pochi diritti e scarse tutele sono i lavoratori. Ai quali non resta che aggrapparsi all’unica arma disponibile, la lotta pacifica per il posto del lavoro. In Teleperformance, come sostiene Di Lella, “I lavoratori sono la parte debole del rapporto di lavoro e questa debolezza è aggravata ancora di più dalla crisi economica che rischia di far abbassare la tutela dei diritti, soprattutto delle categorie ancora più fragili come i giovani e le donne”.

Di certo la speranza non è l’unica soluzione. Il coraggio, il confronto alla pari tra le parti sociali, un rinnovamento e una classe imprenditoriale diversa possono essere le chiavi di una nuova era. I giovani non restano a guardare, non stanno sull’uscio di casa o sul divano a poltrire come qualcuno crede. Propongono regole certe, correttezza e chiarezza nei meccanismi che regolano le attività economiche: “Nel mio settore – evidenzia Di Lella– i giovani chiedono l'introduzione di regole certe, soprattutto nel meccanismo delle gare per le commesse, e l'introduzione del principio di responsabilità sociale d'impresa dei committenti. E' inaccettabile – conclude Di Lella - che le imprese cedano commesse al di sotto del costo del lavoro e che si rendano più o meno complici del processo di delocalizzazione, oltretutto senza nessun vantaggio per i consumatori”.

I giovani ancora credono che tutto o almeno il marcio si possa cambiare. Ma non devono rimanere soli. La politica e la cultura hanno un ruolo determinante nel processo di cambiamento. Non possono non dare risposte chiare e ferme sull’idea di società che si vuole costruire. Assieme. Non imposte dall’alto verso il basso.